mercoledì 20 dicembre 2017

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lunedì 18 dicembre 2017

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sabato 25 novembre 2017

Un sms di 'Merry Xmas' diede inizio alla rivoluzione mobile


Anche se oggi WhatsApp li ha messi in disparte, piaccia o non piaccia gli Sms sono stati l'inizio di una rivoluzione copernicana che ha avuto influenze su decine di fronti, dall'industria dei telefonini alla lingua scritta. Un fenomeno epocale cominciato 25 anni or sono, con un augurio di "Buon Natale", e che oggi è in declino ma ancora lontano dall'addio. A mandare il primo sms fra due dispositivi elettronici è l'ingegnere della Vodafone Neil Papworth il 3 dicembre del 1992. L'idea era quella di utilizzarlo come sistema di cerca-persone, scrive Papworth sul suo sito: "Nessuno aveva idea delle proporzioni che il fenomeno avrebbe raggiunto". "Merry Christmas" fu il contenuto del testo che invia dal suo computer (i cellulari non avevano lettere sul tastierino) al telefonino di un collega su rete Gsm. 


In realtà per il primo sms scambiato tra due telefonini bisogna attendere l'anno successivo, il 1993, con l'esperimento di uno stagista della Nokia, il finlandese Riku Pihkonen. La tecnologia ci mette un pò a ingranare ma nel giro di pochi anni gli sms diventano di massa. Il boom arriva a fine anni Novanta a braccetto con quello dei telefonini nelle mani dei più giovani. Nel 2007 negli Usa per la prima volta i messaggi scambiati ogni mese superano le telefonate. Intanto, proprio nel 2007 inizia una nuova alba per la comunicazione digitale: infatti, con l'arrivo dell'iPhone e delle app niente sarà più come prima. I servizi di messaggistica istantanea dai pc sbarcano sui telefonini e comincia il declino del testo semplice. 


Nel 2012 per la prima volta il volume delle chat scambiate nel mondo è maggiore di quello degli Sms. Il crollo è più evidente nei mercati sviluppati dove gli smartphone la fanno da padrone. In Italia stando al recente bollettino Agcom, da inizio anno gli Sms inviati sono stati il 76 per cento rispetto a giugno 2013. Tuttavia, è però prematuro ritenere "defunti" gli Sms. Intanto, perché nel mondo a causa della scarsa connessione delle aree meno sviluppate, quasi la metà di chi possiede un cellulare non naviga nel Web e non scarica app ma usa il cellulare come si faceva negli anni '90, solo per telefonare e inviare Sms. Con i piani tariffari per Sms illimitati, anche in alcune nazioni importanti come Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna, gli Sms sono ancora oggi più usati di WhatsApp. 

fonte/ credits to: http://www.repubblica.it/tecnologia/2017/11/25/news/il_primo_sms_25_anni_fa_inizia_la_rivoluzione_mobile_-182115247/

giovedì 13 luglio 2017

Tre tazze di caffè al giorno allungano la vita


Chi consuma mediamente tre caffè al giorno potrebbe vivere più a lungo di chi non ama questa bevanda. A sostenerlo è uno studio appena pubblicato su Annals of Internal Medicine, il quale è anche il più ampio mai eseguito sino ad ora sull’argomento. Il progetto, firmato da studiosi dell’International Agency for Research on Cancer (IARC) e dell’Imperial College di Londra, e finanziato dal Directorate General for Health and Consumers della European Commission e dallo IARC, ha analizzato i dati di oltre mezzo milione di persone, residenti in 10 differenti stati europei, per valutare se il consumo di caffè fosse correlato in qualche maniera al rischio di mortalità. Il risultato è stato che il chi consuma più caffè presenta un ridotto rischio di mortalità per tutte le cause, ma in particolare per quella cardiovascolare e per la mortalità provocata da patologie del tratto digerente. La celebre bevanda nera contiene numerosi principi attivi in grado di interagire col nostro organismo: non solo caffeina, ma anche anti-ossidanti. 


Gli studi effettuati finora sull’argomento  hanno dato esiti contrastanti ma questo recente è il più vasto di tutti e dunque quello più vicino di tutti a dare risposte definitive. I risultati sulla riduzione di mortalità sono stati coerenti per tutti i tipi di caffè considerati (anche se certo tra un espresso napoletano e un caffè tedesco le differenze non sono poche). “Abbiamo riscontrato – dice il principale autore dello studio, ovvero il dottor Marc Gunter dello IARC – che un maggior consumo di caffè si lega ad un rischio inferiore di mortalità da tutte le cause e in particolare da malattie cardiovascolari e del tratto digerente. Questi risultati sono sostanzialmente gli stessi in tutte e dieci le nazioni europee coinvolte in questo studio, a prescindere cioè dalle diverse abitudini rispetto al consumo e alla preparazione del caffè. Questa ricerca ha fornito inoltre degli interessanti spunti sui possibili meccanismi alla base dei benefici del caffè per la salute”.


Sono stati utilizzati i dati dello studio EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition), relativi a 521.330 persone dai 35 anni in su residenti in dieci nazioni dell’Unione Europea, incluse Italia, Gran Bretagna, Francia e Danimarca. Le abitudini dietetiche delle persone sono state esplorate mediante questionari e interviste. Il consumo più elevato di caffè è stato registrato in Danimarca (900 ml/die); quello più basso, per quanto riguarda le quantità, in Italia (92 ml/die). I più forti bevitori di caffè erano in genere più giovani, fumatori, consumatori di bevande alcoliche, mangiavano più carne e meno frutta e vegetali. Insomma non erano esattamente dei campioni di dieta sana e di stile di vita.


Dopo adeguati aggiustamenti statistici relativi a dieta e fumo, gli studiosi hanno messo in evidenza che coloro con il più alto consumo di caffè avevano il rischio più basso di mortalità per tutte le cause, rispetto ai non bevitori di caffè e che anche il caffè decaffeinato presentava questo effetto protettivo. “Tali risultati – dichiara il professor Elio Riboli, direttore della School of Public Health dell’Imperial College e iniziatore dello studio EPIC – si aggiungono ad una mole crescente di prove che dimostra come bere caffè non solo è sicuro, ma può addirittura avere un effetto protettivo per la salute. E i risultati di questo ampio studio europeo confermano quanto trovato da precedenti studi condotti in altre nazioni”.