giovedì 13 luglio 2017

Tre tazze di caffè al giorno allungano la vita


Chi consuma mediamente tre caffè al giorno potrebbe vivere più a lungo di chi non ama questa bevanda. A sostenerlo è uno studio appena pubblicato su Annals of Internal Medicine, il quale è anche il più ampio mai eseguito sino ad ora sull’argomento. Il progetto, firmato da studiosi dell’International Agency for Research on Cancer (IARC) e dell’Imperial College di Londra, e finanziato dal Directorate General for Health and Consumers della European Commission e dallo IARC, ha analizzato i dati di oltre mezzo milione di persone, residenti in 10 differenti stati europei, per valutare se il consumo di caffè fosse correlato in qualche maniera al rischio di mortalità. Il risultato è stato che il chi consuma più caffè presenta un ridotto rischio di mortalità per tutte le cause, ma in particolare per quella cardiovascolare e per la mortalità provocata da patologie del tratto digerente. La celebre bevanda nera contiene numerosi principi attivi in grado di interagire col nostro organismo: non solo caffeina, ma anche anti-ossidanti. 


Gli studi effettuati finora sull’argomento  hanno dato esiti contrastanti ma questo recente è il più vasto di tutti e dunque quello più vicino di tutti a dare risposte definitive. I risultati sulla riduzione di mortalità sono stati coerenti per tutti i tipi di caffè considerati (anche se certo tra un espresso napoletano e un caffè tedesco le differenze non sono poche). “Abbiamo riscontrato – dice il principale autore dello studio, ovvero il dottor Marc Gunter dello IARC – che un maggior consumo di caffè si lega ad un rischio inferiore di mortalità da tutte le cause e in particolare da malattie cardiovascolari e del tratto digerente. Questi risultati sono sostanzialmente gli stessi in tutte e dieci le nazioni europee coinvolte in questo studio, a prescindere cioè dalle diverse abitudini rispetto al consumo e alla preparazione del caffè. Questa ricerca ha fornito inoltre degli interessanti spunti sui possibili meccanismi alla base dei benefici del caffè per la salute”.


Sono stati utilizzati i dati dello studio EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition), relativi a 521.330 persone dai 35 anni in su residenti in dieci nazioni dell’Unione Europea, incluse Italia, Gran Bretagna, Francia e Danimarca. Le abitudini dietetiche delle persone sono state esplorate mediante questionari e interviste. Il consumo più elevato di caffè è stato registrato in Danimarca (900 ml/die); quello più basso, per quanto riguarda le quantità, in Italia (92 ml/die). I più forti bevitori di caffè erano in genere più giovani, fumatori, consumatori di bevande alcoliche, mangiavano più carne e meno frutta e vegetali. Insomma non erano esattamente dei campioni di dieta sana e di stile di vita.


Dopo adeguati aggiustamenti statistici relativi a dieta e fumo, gli studiosi hanno messo in evidenza che coloro con il più alto consumo di caffè avevano il rischio più basso di mortalità per tutte le cause, rispetto ai non bevitori di caffè e che anche il caffè decaffeinato presentava questo effetto protettivo. “Tali risultati – dichiara il professor Elio Riboli, direttore della School of Public Health dell’Imperial College e iniziatore dello studio EPIC – si aggiungono ad una mole crescente di prove che dimostra come bere caffè non solo è sicuro, ma può addirittura avere un effetto protettivo per la salute. E i risultati di questo ampio studio europeo confermano quanto trovato da precedenti studi condotti in altre nazioni”.

lunedì 1 maggio 2017

Caratteristiche e rischi delle diete con pochi carboidrati

Per chi deve scegliere, è preferibile una dieta con pochi carboidrati o con pochi grassi? Un recente studio condotto alla Mayo Clinic (Arizona) ha messo in luce un piccolo vantaggio per la prima in termini di perdita di peso. Tuttavia i risultati sono di modesta entità e la sua sicurezza è stata valutata solo nel breve periodo. Cerchiamo di capire quali conseguenze può comportare con la specialista Manuela Pastore, dietista presso l'ospedale Humanitas. Gli studiosi hanno revisionato delle ricerche eseguite tra 2005 e aprile 2016. 


Gli studi avevano valutato la sicurezza di diete che restringono l’apporto di carboidrati come come la Atkins, la South Beach e la Paleo. È emerso che queste diete potrebbero essere seguite in sicurezza fino a sei mesi. Dunque, nel breve periodo, non avrebbero effetti collaterali sui livelli di pressione arteriosa, colesterolo e glicemia rispetto ad altre diete. I seguaci della dieta “low carb” hanno beneficiato di una perdita di peso leggermente superiore di chi aveva seguito invece la dieta con pochi grassi, da circa 1 kg a 4 kg in più. Un risultato piuttosto esiguo, come dicono gli stessi ricercatori, e dal significato clinico piuttosto discutibile.


Gli autori della revisione apparsa su 'The Journal of the American Osteopathic Association' evidenziano infine come gli studi analizzati non identifichino il tipo di perdita di peso corporeo, se di liquidi, massa grassa o magra e che la stessa definizione di dieta a basso apporto di carboidrati è controversa: i carboidrati possono contare per una quantità che va dal 4 per cento al 46 per cento delle calorie quotidiane. «Le diete a basso contenuto di carboidrati si basano sulla chetosi, ovvero un meccanismo che prevede il veloce esaurimento del glucosio che deriva dai pochi carboidrati introdotti con la dieta e che sono il carburante per la maggior parte degli organi vitali fra cui cervello, cuore e muscoli, e il conseguente ricorso da parte dell’organismo al grasso accumulato per ottenere l’energia necessaria. 


L’utilizzo dei grassi al posto dei carboidrati non è un meccanismo fisiologico. L’organismo, prima di utilizzarli, deve trasformarli appunto in corpi chetonici. Da un lato questi corpi chetonici hanno certi requisiti che li rendono simili agli zuccheri, come la loro notevole velocità di immissione e la rapidità di utilizzo; dall’altro si paga lo scotto di affaticare reni e fegato per il super-lavoro cui sono sottoposti per il loro smaltimento.

fonte: http://www.humanitasalute.it/dieta-e-alimentazione/55197-diete-low-carb-quali-rischi-si-corrono-foto-parere-esperto/

sabato 25 febbraio 2017

La tecnica taglia-e-incolla del Dna può fare da base a vaccini anti-tumorali


La cosiddetta Crispr è in grado di "risvegliare" il sistema immunitario e potrebbe diventare la base per futuri vaccini contro le forme tumorali. Dopo aver dimostrato di essere capace di far regredire il cancro, la metodologia "taglia-incolla" del Dna ha evidenziato la capacità di rendere ancora più potente l'immunoterapia, aprendo la strada allo sviluppo di vaccini contro i tumori. E' ciò che viene fuori da uno studio effettuato presso il Memorial Sloan Kettering Cancer Center, che ha utilizzato la cosiddetta Crispr per dare vita a una molecola che "risveglia" il sistema immunitario, scatenandolo contro le cellule malate.


In sostanza, con la Crispr gli studiosi hanno potenziato e reso più sicura una terapia che si sta rivelando molto promettente contro i tumori. Si tratta della terapia Cart, con cui si prelevano dal paziente le cellule T (globuli bianchi deputati alla sorveglianza anti-tumorale) per riprogrammarle geneticamente in modo da riconoscere le proteine della cellula tumorale. "Le cellule tumorali lavorano senza sosta per eludere le terapie, servono quindi unità Car specifiche per loro e in grado di durare più a lungo", sostiene l'emerito dottor Michel Sadelain, che ha coordinato l'equipe di ricerca.


Questa tecnica è fattibile in quanto nei linfociti viene inserito un recettore (Car) specifico per le cellule tumorali del paziente, in modo da renderli di nuovo reattivi e funzionanti contro il tumore. Con la Crispr si può infatti tagliare e manipolare il Dna di una cellula con grande precisione. In questo caso è stata utilizzata per inserire il gene Car in un punto ben determinato del genoma delle cellule T, dando vita così a "linfociti Car" più resistenti e letali contro le cellule tumorali.

lunedì 30 gennaio 2017

Il clima che cambia fa aumentare il mercurio nei pesci


L'incremento delle temperature causato dai cambiamenti climatici potrebbe alzare fino a 7 volte i livelli di mercurio nell'eco-sistema, lo stesso in cui vivono i pesci che poi finiscono sulle nostre tavole. Lo sostengono studiosi svedesi ed americani in una ricerca apparsa sulla rivista ''Sciences Advances'', che ha messo in relazione per la prima volta i cambiamenti del clima e l'esposizione al mercurio. Quest'ultimo è infatti l'unico metallo liquido a temperatura ambiente ed è uno dei più tossici per l'uomo, tanto che l'Organizzazione mondiale della Sanità lo ha inserito tra le dieci più gravi minacce per la salute se viene ingerito. I danni delle intossicazioni da mercurio sono particolarmente gravi e possono provocare danni al sistema nervoso, digestivo e immunitario, così come a polmoni, reni, pelle e occhi. 


"Con i cambiamenti climatici ci aspettiamo un aumento delle precipitazioni in molte aree dell'emisfero settentrionale, con un conseguente aumento del deflusso delle acque nei mari”, ha dichiarato la co-autrice dello studio e ricercatrice statunitense della Rutgers University, Jeffra Schaefer, che ha poi aggiunto: "Ciò vuol dire che ci sarà un grande rilascio di mercurio negli ecosistemi costieri che sono i principali luoghi di sostentamento per i pesci che la gente mangia". Nel corso degli anni si è registrato un impegno a livello internazionale per contenere la minaccia del mercurio, con la Convenzione "Minimata", dal nome della città giapponese dove nel 1956 venne scoperta una malattia che colpisce il sistema nervoso causata proprio dal mercurio. 


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